Il legale dei due indagati non ha al momento risposto a una richiesta di commento inviata da Reuters

 

La procura di Milano, dopo indagini durate quattro anni, ha disposto la chiusura inchiesta nei confronti di Vincent Bollorè, fino al 2018 presidente di Vivendi (PA:VIV), e di Arnaud de Puyfontaine, AD della stessa società, per aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza nellla scalata del gruppo francese a Mediaset (MI:MS).

Lo ha riferito in un comunicato sabato il nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, la quale ha notificato venerdì l’atto agli indagati, un documento che Reuters ha potuto leggere.

Vivendi in una nota ha negato ogni addebito a proposito dell’affare Mediaset, aggiungendo che la società “ribadisce di aver acquisito la sua quota azionaria in Mediaset nel rispetto di tutte le norme”. Mediaset non ha commentato.

Il legale dei due indagati non ha al momento risposto a una richiesta di commento inviata da Reuters.

Il fronte penale si aggiunge quindi alla complessa battaglia fra i due gruppi, con la controversa norma definita “salva-Mediaset” che Vivendi contesta innanzi alla Commissione Ue, la causa civile in corso a Milano in cui Mediaset e Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi, chiedono 3 miliardi di euro per il mancato rispetto del contratto d’acquisto di Mediaset Premium da parte di Vivendi e l’udienza la settimana prossima davanti al Tar sulla delibera dell’Agcom che ha congelato la maggior parte dei diritti di voto di Vivendi nell’emittente italiana.

L’inchiesta, condotta dal pubblico ministero Silvia Bonardi, era stata avviata “a carico di ignoti” a metà dicembre 2016 dopo che Fininvest aveva presentato un esposto in procura, Consob e Agcom accusando Vivendi (che era salita al 29,9% dei diritti di voto di Mediaset rastrellati in quel dicembre) di aver disdetto nel luglio di quell’anno il contratto di acquisto di Mediaset Premium per far scendere artificiosamente il titolo del gruppo media italiano e poi lanciare la scalata a prezzi più bassi.

Vivendi aveva sempre respinto le contestazioni, dichiarando di aver acquistato la quota in maniera legittima.

La notifica della chiusura inchiesta è l’atto che precede la richiesta di rinvio a giudizio da parte della procura, che in caso contrario avrebbe potuto presentare una richiesta di archiviazione in luogo della chiusura indagini.

Ora gli indagati hanno une mese di tempo per chiedere di essere interrogati o presentare nuova documentazione. Dopo la richiesta di rinvio a giudizio, invece, viene poi fissata una udienza preliminare in cui un giudice decide se accogliere o no la richiesta di processo.

“DA SUBITO VERO OBIETTIVO ERA SCALATA A MEDIASET”

Nelle 14 pagine dell’atto di chiusura inchiesta, in italiano e in francese, la procura contesta a Bollorè e de Puyfontaine di aver avviato dal 2015 trattative per l’acquisizione della controllata Mediaset Premium “laddove, invece, il reale intendimento della controparte francese ” era “il raggiungimento di una significativa partecipazione azionaria, almeno pari al 24,99%, nel capitale sociale di Mediaset”.

I magistrati milanesi, si legge nell’atto, accusano i due indagati di aver operato dopo l’aprile 2016 “una sistematica attività di pretestuosa contestazione in ordine all’oggetto delle pattuizioni contrattuali: più precisamente, dapprima con riferimento alla titolarità in capo a Mediaset Premium delle autorizzazioni per la fornitura al pubblico dei servizi pay-per view, poi in relazione ai risultati previsionali della società oggetto di cessione… sebbene Deloitte Italia avesse certificato al 31 dicembre 2015 la veridicità dei dati”.

“TRE COMUNICATI PER FAR SCENDERE IL TITOLO”

La procura individua poi tre comunicati di Vivendi, il 27 e il 29 luglio 2016 e il 19 ottobre 2016, in cui contesta ai due indagati di aver diffuso “informazioni artefatte… strumentali a far credere al mercato che il mancato adempimento del contratto dell’8 aprile 2016 fosse imputabile ad una scorretta rappresentazione da parte di Mediaset della situazione economico-finanziaria di Premium, laddove invece la mancata esecuzione delle obbligazioni contrattuali era stata programmata ‘ab origine’ da Vivendi in relazione al suo reale intendimento industriale finale”.

“Tale scorretta informativa al mercato – si legge nel documento – era concretamente idonea a provocare una sensibile alterazione del prezzo delle azioni Mediaset che, a partire dal 27 luglio 2016, subiva una flessione da 3,23 euro a 2,236 euro del 28 novembre 2016, con una flessione totale del 30,8%”.

Per quanto riguarda invece il reato di ostacolo alle autorità di vigilanza, a Bolloré e De Puyfontaine la procura di Milano contesta di non aver comunicato a Consob che già a partire dal 18 febbraio 2016 avevano deliberato “un rilevante acquisto, anche ai fini del controllo, della società Mediaset provocando per tutto il 2016 continui deprezzamenti del valore dell’azione Mediaset, acquisto perfezionatosi nel mese di dicembre 2016…. con il 29,94% dei diritti di voto di Mediaset”.

NELL’ATTO LE RELAZIONI CON MEDIOBANCA E TELECOM ITALIA

I due sono anche indagati dalla procura, si legge nell’atto, per non aver comunicato a Consob e neppure al mercato di “essersi avvalsi senza soluzione di continuità di Mediobanca (MI:MDBI), che invece ha assistito, in modo continuativo Vivendi per la preparazione, lo studio e l’analisi di diversi scenari operativi relativi all’acquisizione di consistenti pacchetti azionari di Mediaset fino alla costituzione di un trust presso la Simon Fifuciaria, in cui nel mese di aprile 2018 veniva trasferito il 19,19% delle azioni Mediaset già detenute da Vivendi”.

Infine, secondo la procura di Milano, Bollorè e De Puyfontaine avrebbero promosso “iniziative che, a partire da luglio 2016 e almeno fino a ottobre 2016, hanno visto coinvolta Telecom Italia (MI:TLIT) per la costituzione di una newco formata, oltre che dalla società di telefonia, da Vivendi e Mediaset”.

Il solo De Puyfontaine viene indicato nel documento come indagato di ostacolo aggravato all’autorità di vigilanza perché, nel corso dell’istruttoria avviata da Consob, avrebbe dichiarato “fatti materiali non corrispondenti al vero”.

In particolare, la procura sostiene che l’AD rispose a Consob “che la decisione di acquisire il 3% delle azioni Mediaset era avvenuta da parte del management board in data 7 novembre 2016… laddove invece, già a partire da febbraio 2016, il consiglio di sorveglianza aveva autorizzato il managemnet di Vivendi a procedere all’acquisto di azioni Mediaset fino al raggiungimento del 24,99% del capitale azionario”.

In secondo luogo i pm accusano il manager di aver dichiarato che “Vivendi aveva avviato e/o partecipato a incontri con il management board di Telecom e di Mediaset in relazione ai rapporti commerciali fra Telecom Italia e Mediaset Premium, laddove invece gli stessi erano relativi al progetto di costituzione di una newco… finalizzata alla gestione di Mediaset Premium”.

Infine, i magistrati accusano de Puyfontaine di aver negato “che l’effettiva strategia di Vivendi avesse ad oggetto il controllo su Mediaset, ma anzi, dichiarava che l’obiettivo di Vivendi era esclusivamente legato alla creazione di un’alleanza con Mediaset”.

 

 

Fonte:www.investing.com