In passato valute e debito degli emergenti sono stati più vulnerabili, ma non sono in vista crisi come negli anni ’90

 

 

Da una quarantina d’anni l’inflazione non è più il nemico più temuto dai banchieri centrali.

La Fed, la Bce, ma anche giapponesi, svizzeri e britannici, possono stampare tutti i dollari, gli euro e gli yen che vogliono, con la certezza che il mercato continuerà ad assorbirli senza fargli perdere valore.

Lo stesso non può dirsi per la lira turca, il rublo russo, il peso argentino o messicano, il real brasiliano, il rand sudafricano, per non parlare di Paesi ormai in default cronico come il Venezuela. L’inflazione non impatta allo stesso modo i Paesi sviluppati e gli emergenti.

La Fed americana può permettersi di tenere i tassi a 0-0,25% con un’inflazione che viaggia (temporaneamente) al 5%, ma un’inflazione appena più alta al 5,8% impone al vicino Messico tassi di interesse al 4,25%, mentre a prezzi al consumo appena sopra il 6% in Russia e India corrispondono tassi rispettivamente al 4% e al 5,5%. e il Sudafrica deve tenerli al 3,5%.

Sta per andare in scena una replica delle crisi degli anni ’90? Quasi certamente no. Quando si verificano situazioni difficili, come recentemente in Turchia e Argentina, queste restano localizzate e non scatenano effetti domino.

Resta un interrogativo Cina, certamente non più ‘emergente’, dove l’inflazione è appena sopra l’1%, ma il tasso di interesse viaggia al 3,85%, ma sul debito a 10 anni è al 3,0%.

La frenata da pandemia delle economie emergenti sembra destinata ad essere passeggera per tornare al trend di lungo termine di una crescita più robusta rispetto ai Paesi sviluppati.

 

 

Fonte:www.financial.com