Secondo Emile Gagna, economista di Candriam, la svolta sull’inflazione prima della Fed e ora della Bce, non significa che le banche centrali resteranno a guardare. Ma per ora le tensioni sui salari sono minimi

 

Nell’ambito del nuovo quadro di Flexible Average Inflation Targeting annunciato un anno fa, la Fed tollererà temporaneamente un’inflazione più alta, a compensazione degli anni in cui è rimasta ben sotto l’obiettivo. Ma questo non implica che resterà a guardare l’inflazione che sale senza agire, anche se questo comporterebbe rischi per la crescita. L’Eurozona sta affrontando sfide simili ma in forma meno acuta, visto che anche prima della pandemia, aveva un’inflazione troppo bassa e una ripresa in affanno. Ma anche in questo caso i timori di un radicale cambiamento di approccio sono fuori luogo, qualunque cambiamento venga deciso non metterà a rischio l’impegno della Bce a tenere bassa l’inflazione.

UN TREND PARTICOLARE LEGATO ALLA PANDEMIA

Sono le conclusioni di un commento a cura di Emile Gagna, Economista di Candriam, secondo cui l’attuale trend dell’inflazione è peculiare dell’economia post-Covid, dovuto in parte all’interruzione nelle supply chain, in parte dalla domanda repressa di consumi, che risulteranno temporanee. Ma le banche centrali dovranno rispondere anche agli effetti sui salari. Nell’ultimo anno l’inflazione USA, esclusi alimentari e energia, ha raggiunto il 3,8%, il massimo da quasi 30 anni. Ma la pandemia è uno shock temporaneo. Inoltre, la contrazione della produzione globale è stata la stessa verificatasi dopo la crisi finanziaria globale, ma il rimbalzo è stato molto più forte, mentre le tensioni sui salari restano modeste.

 

Fonte:www.financialounge.com