La pandemia ha accelerato non solo i megatrend, a cominciare dal digitale, ma anche il passaggio del timore dell’economia dalla politica alle banche centrali, che dovranno ‘leggere’ il sismografo dei mercati

 

L’anno numero 22 del terzo millennio è partito e ovunque ci si giri fioccano le previsioni su cosa aspettarsi dopo cinque anni che non hanno fatto mancare le sorprese, da Trump alla Casa Bianca alla pandemia, dalla guerra dei dazi all’accelerazione del green e del digitale fino al risveglio dell’inflazione dopo decenni di letargo. Nell’esercizio si cimentano i principali think thank del pianeta, come ad esempio l’italiano Ispi, che ipotizza per l’anno che verrà una serie di ‘ritorni’, come inflazione e trumpismo, carbone e nucleare, vecchia rabbia sociale causata dalle diseguaglianze e nuova normalità della de-globalizzazione. La lettura è stimolante soprattutto per i ‘buchi’ che segnala, come quello rappresentato dal Medio Oriente, che non è mai stato da decenni così assente dalle liste delle crisi possibili e esplosive che potrebbero minacciare la stabilità politica ed economica del pianeta.

Di solito i guai arrivano da dove non si aspettano, per cui le assenze attirano l’attenzione degli osservatori ‘contrarian’. Ma alla fine gli ultimi anni mostrano soprattutto che i mercati hanno saputo gettarsi senza troppi traumi alle spalle anche le sorprese meno previste e prevedibili e proseguire sul percorso tracciato dal Toro anche in presenza di eventi di segno opposto. Prendiamo i rally di Wall Street di fine 2016-inizio 2017 e di fine 2020-inizio 2021, il primo sull’onda della vittoria di Trump e della sua promessa di ridurre le tasse della corporate America e il secondo su quella della vittoria di Biden e della sua promessa di mettere soldi in tasca da spendere ai consumatori americani.

 

 

Fonte:www.financialounge.com